Non è un concetto astratto: per qualcuno il tempo è roba seria, materia che scotta, causa e conseguenza di scelte e direzioni.
Il tempo determina e scandisce i momenti, segna le traiettorie, seleziona a chi darsi e a chi no. Perché c’è sempre del tempo per fare tutto, anche per capire se posso incontrarti, se posso chiamarti, se posso venire con te. Certe volte sembra che il tempo scelga al posto mio, quando prima ancora di chiedermi se voglio fare una cosa o no, appuro se ho il tempo di farla.
Questo tempo invasivo e supplente.
Questo tempo fisico.
E’ sempre qualcosa che manca, che scarseggia, che passa in fretta. Qualcosa che ci chiede di dividere con lui le nostre pause di senso.
Questo tempo ingrato e approfittatore.
Questo tempo materialissimo.
Si misura in secondi, ore, poi giorni e settimane. Si misura, insomma.
Poi esiste un tempo diverso: è l’altro tempo.
Non determina nessun momento, al massimo lo accompagna e spesso lo dilata. Quello manca, corre, sceglie per me, determina le traiettorie, decide a chi darsi e a chi no col claim del “non ho tempo” che funziona sempre e di fronte al quale nessuno può permettersi replica. Ecco, quello è qualcosa che non si ha, qualcosa che toglie; mentre questo riempie. S’infila nelle situazioni e le attraversa senza pesare. Non rimanda gli occhi all’orologio, non genera ansia e non porta dispiacere se è tardi e devo andare, e quella conclusione significa che devo allontanarmi da te e non mi va per niente. La metro sullo sfondo, un’immagine cinematografica sugli sguardi troppo veri.
Dell’altro tempo non te ne accorgi. Ha unità di misura diverse e una è l’intensità: non lo sai se è passato un minuto oppure la vita, non hai tempo per contarlo, questo tempo.
Tempo emotivo.
Bisogna un po’ inventarselo e a chi non è abituato si consiglia molta pratica, almeno all’inizio.
Eppure c’è chi lo vive nel quotidiano. C’è chi ce l’ha dentro.
Questo tempo generoso.
Se il primo è una risorsa e va preservata, questo è una specie di regalo. Una specie che va protetta.
Quando le parole finiscono, perchè il silenzio è il suono più eloquente, ci aggrappiamo alle parole degli altri.
Di cui non solo apprezziamo il suono - che s'intreccia, naturale, alle nostre vibrazioni nascoste - ma di cui condividiamo tutta la sfera di senso che evocano.
Oggi ho solo parole per apprezzare e condividere queste altre parole.
Si vorrebbe e si dovrebbe tacere, ma proprio non ce la si fa. Anche perché tacere, di fronte alle urla e agli insulti altrui, rischia di sembrare una diserzione. E dunque: leggo le scritte "Beppino boia" tracciate sui muri da fanatici dementi, e ritrasmesse da un paio di telegiornali (potevano risparmiarselo: non sempre la merda è una notizia). Leggo la dichiarazione di un anziano attore (del quale taccio il nome perché mi vergogno per lui) al quale il signor Englaro "ricorda il conte Ugolino". Mi chiedo da quale spelonca arrivino questi pensieri mostruosi; se e quanto riflettano una mostruosità solamente rimossa per pochi decenni, ma presente da sempre nelle viscere di un paese ignorante e bigotto; se e quanto siano invece il frutto di una mostruosità tutta nuova, prodotta dall' incrocio venefico tra vecchie incrostazioni reazionarie e il modernissimo abuso mediatico della parola anche da parte di chi non ne conosce il significato e il peso; infine se non abbia confidato troppo, il signor Englaro, nelle capacità morali e legali di un paese sostanzialmente immorale e illegale. Esporsi al giudizio di una comunità è un atto nobile e umile, ma se la comunità è così fortemente dominata dalla menzogna e dalla superstizione, quanto vale il suo giudizio? Antigone ebbe il privilegio di ribellarsi alle leggi. Ma come ci si ribella all' illegalità?
L'AMACA
Michele Serra
Repubblica 10-02-09
F. non sa com'è il giallo. E non c'è molto scampo: se non l'hai mai visto, non lo sai com'è fatto un colore. E' tutto nero, com'è quando chiudi gli occhi. Puoi solo provare a immaginare una cosa diversa. Secondo me F. lo fa, lo fa ogni momento della giornata, perchè, nonostante tutto, la sua è una vita colorata.
Non sa distinguere il giallo dal rosso, non ha mai scoperto il bianco, non conosce le sfumature, ma ci mette colore nelle cose che fa, come le fa.
Non vede da quando era bambina. Una malattia che degenera. Fa tutto al buio anche quando fuori il buio non c'è.
Per immaginare le sue giornate, dovremmo passare le nostre con gli occhi chiusi, e mangiare, studiare, parlare, pulire, andare a lavoro. Dovremmo muoverci misurando gli spazi con le braccia.
Al buio il mondo è un'altra cosa.
Anche gli spazi molto ampi sono come corridoi.
F. mi ha portato sulla sabbia, al mare, in barca, nel bosco, in città. Tutto sempre al buio. La più difficile è stata la città: assordante, disordinata, insidiosa.
Non mi conosceva, e mi ha riconosciuta a distanza. Al buio, naturalmente. Non lo so come ha fatto.
Ogni tanto mi teneva la mano, un contatto affettuoso e toccante, come se ci frequentassimo da sempre.
Ci siamo salutate al buio, chè era giusto così.
Forse domani la vedo, la vedo alla luce del giorno. E sono sicura che anche lei, nel buio, mi vedrà.
"Prendere questi pensieri, scioglierli in acqua bollente e mescolare. Agitare forte, confonderli bene, versare il tutto in un bicchiere senza fondo. E congelare.
Servire quando serve."
Stasera a Porta a porta si parla di superenalotto, lotterie e giochi vari.
Lo dico subito: li abolirei tutti; non mi piace l'idea che si vinca del denaro per una pura questione di culo. E' diseducativa, è ingiusta, è pericolosa.
Tra gli ospiti Pupo, Baldini, Meluzzi, Odifreddi, Davi, la Laurito. Qualcuno racconta i destini possibili che la dea bendata mette a disposizione degli amanti del gioco, e, ad ogni dichiarazione, Vespa manifesta la solita espressione di stupore lesso stampatagli in faccia. E' sempre quella: sia se si parla di Cogne o di Meredith che di Vallettopoli, o dello scandalo dei preti pedofili, o dello sterminio dei salmoni.
Non credo, anzi non sopporto chi dice che preferirebbe non vincere mai così tanti soldi. Chè poi gli si stravolge la vita. Non la seguo tanta retorica, il mio buon senso, per fortuna, si ferma prima.
Tra le domande più frequenti, stasera, la più quotata è: come spenderesti 100 mila milioni di euro?
Giornalismo d'inchiesta, cazzo.
Una signora, sui sessant'anni, dice che comprerebbe un'isola per andarci a vivere sola con suo marito.
Discutibile ma coraggioso.
Anch'io comprerei un'isola. Sperduta e lontanissima. Per farci vivere un po' di gente.
E poi, con qualche spicciolo, andrei di corsa a comprare delle giacche nuove per Klaus Davi.
Io ci sono a tirarti su se cadi.
Certe volte ci sono parole che, dette in un modo, scritte in un modo, in un momento che è quello perfetto, sono come una promessa.
Una carezza.
La canzone che vuoi ascoltare, che non cercavi e che ti è venuta a trovare.
Una scritta su un marciapiede, al numero civico sbagliato.
Un passo, oltre il nastro, che sei già a Bahia, e ci arrivi senza documenti chè tanto c'hai i contatti giusti all'ambasciata.
Io ci sono a tirarti su se cadi.
E' che uno spera di non cadere mai, di non cadere più, chè la botta è ancora fresca in troppi punti.
Però io-ci-sono-a-tirarti-su-se-cadi è come sapere che, comunque vada, sotto i piedi c'hai le nuvole.
Tutto ciò che mi toglie tempo per dedicarmi a qualsiasi altra cosa, almeno, deve meritarselo.
Mi piace tutto finchè non si cristallizza.
Poi si cambia musica.
Metro.
Questa fermata ne incassa tanta, di gente, che, pressata, aspetta che si riaprano le porte dove si devono aprire per schizzare via.
Certe volte sono condizioni estreme di respiro, l’aria riciclata e il caldo appiccicoso. Ma tutto perfettamente sopportabile.
Sto, come stanno tutti, mi tengo con una mano e respiro il respirabile.
Questa fermata è più trafficata delle altre.
All’improvviso qualcosa, nel buio, fa ombra. Sono tre ragazzi, vicini ai due metri, che si stringono in un’alta conversazione, sopra la mia testa.
E’ una sensazione più soffocante della mancanza d’ossigeno e dell’aria viziata; è come qualcosa che si sviluppa sopra di te, un’altra dimensione, che non era prevista.
Non so se faccio più impressione io vicina a loro, o loro vicini a me. Certo è che siamo distanti.
E penso.
Alla stranezza di vederli tutti e tre insieme, in borghese, quasi come capitati lì per caso.
Poi qualcosa diviene estensione narrativa di quel pensiero e, tra me e me, vado immaginando situazioni surreali. Penso, per esempio, come sarebbe se la gente si trovasse per “categorie”:
se gli alti uscissero solo con gli alti,
i bassi con i bassi,
i rossi con i rossi,
i buoni con i buoni e
i cattivi con i cattivi,
i magri con i magri,
i grossi con i grossi,
gli scaltri con gli scaltri,
gli irascibili con gli irascibili,
i presuntuosi con i presuntuosi,
gli audaci con gli audaci,
i leccaculo con i leccaculo,
i simpatici con i simpatici,
i lunatici con i lunatici,
gli scemi con gli scemi.
Che poi tanto surreale non è, questo pensiero.
Perché io gli scemi sempre con gli scemi li vedo.